Venerdì 29 maggio 2015
di Giuni Ligabue

Pugni e socialismo*



Il film che abbiamo girato a Cuba comincia con una frase storica di Teofilo Stevenson, gloria dello sport cubano, pugile tre volte oro olimpico e tre volte campione del mondo. Siamo nel 1976: “Cosa sono cinque milioni di dollari in confronto all'amore di otto milioni di cubani?”. Otto milioni di cubani. Il film prosegue e viene specificato: “oggi Cuba conta quasi dodici milioni di abitanti”.

In quarant'anni la popolazione di Cuba è cresciuta di quattro milioni di abitanti. Ma come è possibile!? Ci hanno sempre detto e insegnato che scappano tutti dal comunismo e dalla dittatura! Evidentemente sarebbe saggio approfondire gli argomenti quando si decide di parlare di qualcosa. Così è nato un lungometraggio, anzi, un “lunghissimometraggio”, due ore di documentario. Perché da appassionati di Cuba, va detto, non avevamo mai visto nessun prodotto occidentale che non fosse critico o condannasse la Rivoluzione cubana. E allora bisogna che non ci siano dubbi. Non si può lasciare aperta l'ipotesi che venga messa in discussione la convinzione e la verità con cui ci sono state raccontate tutte queste cose. La personalità, il carattere e quindi l'attendibilità dei personaggi del film dev'essere fuori discussione, dev'essere al di sopra di tutto.

Quindi si è lasciato spazio a due grandi prerogative cubane: il sorriso e la chiacchiera. Siamo stati sorpresi dai sorrisi, dalla simpatia, dall'ospitalità e soprattutto dalla rilassatezza dei cubani, dai bambini di due anni ai vecchi di cento. Ci hanno spesso detto una volta tornati in Italia: “guardate che il sorriso e il relax sono prerogative latinoamericane, non cubane. Se sorridono mica vuol dire che sono felici”. Innanzitutto, nel resto dell' America Latina la gente si spara per strada per una moneta. Poi, chiaro, magari sorridono e se ne stanno belli rilassati ma mentono. Di sicuro se fossero stressati, nervosi e infelici, come si vive invece nel mondo capitalista, le espressioni dei loro visi sarebbero più simili alle nostre... Che non ci sembra siano belle espressioni, soprattutto ultimamente.

L'altra prerogativa è la chiacchiera. Quanto chiacchierano i cubani! E allora crediamo sia nostro compito in veste di autori lasciare trasparire pure questo. Se il troppo stress della vita capitalista vi dovesse spingere verso una vacanza in silenzio e relax non andate a Cuba! Perché a Cuba non esiste né silenzio né capitalismo! Potreste trovarvi in guai seri! Potreste affogare nella felicità! Potreste ritrovarvi a perdere qualcuno di quegli adorati assi nella manica che vi soddisfano invece nella vita capitalista di tutti i giorni: magari con l'espressione assatanata quella volta che ve ne starete al volante, in coda, a sgasare per arrivare in tempo a quel posto di lavoro che con buone probabilità potreste perdere da un momento all'altro.
Nella determinazione personale dell'era capitalista non c'è spazio per il sorriso e il relax.

Invece girare un documentario a Cuba è stata un'esperienza straordinaria. Girare un documentario significa entrare nella vita della gente. Dà la possibilità di scoprire un popolo o di appassionarsi ad un argomento in maniera rapida e profonda. Siamo partiti dall'Italia senza un contatto, senza nemmeno un'idea chiara. E due giorni dopo avevamo invece perfettamente capito che genere di lavoro ci avrebbe aspettato. Un mese appassionante e faticoso. Tra bambini pugili completamente pazzi, maestri di pugilato chiacchieroni, glorie dello sport cubano, che dico, leggende! del pugilato cubano. Funzionari politici ben poco formali, musicisti dalle anomale convinzioni religiose, sociali e politiche. Maestri di Karate rastafariani, stagisti universitari cubani appassionati di proverbi italiani. E feste della mamma, concerti stratosferici nelle casas de las tradiciones, e poi la boxe. Tanta, tanta boxe. E un sistema educativo eccellente. Una macchina impressionante. Non esattamente una fabbrica comunista di superuomini come il cinema americano, arma di sterminio mentale e distrazione di massa della guerra fredda, cercava di raccontarci attraverso pietre miliari della sobrietà e del tatto cinematografico, come Rocky IV e il suo Ivan Drago.

Pochi effetti speciali, poca pompa. Fare un reportage è questo. Sacrificare magari l'eccellenza estetica perché tutto possa essere più vero e più saporito, anche se magari più ruvido. Perché va anche detto che Cuba è proprio bella saporita e ruvida. Sembra di stare negli anni settanta! D'altra parte le produzioni dal basso (anzi, dal bassissimo) sono proprio questo. Arrangiarsi con quello che si ha a disposizione, per rendere il tutto più vero e appassionante possibile.
E tutto questo è Gancho Swing. Una storia cubana diversa. Un pugilato diverso. Che vince, che domina incontestabilmente, in tutto il mondo, dal 1972.

*Pugni e Socialismo. Storia popolare della boxe a Cuba
di Giuni Ligabue e Chiara Gregoris
Libro + dvd "Gancho Swing" per Red Star Press

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