Martedì 21 aprile 2015
di Iacopo Di Girolamo

Sorrentino vs Pallavolo



Che cosa ti ha spinto a fare quello che fai? Come ti sei incastrato in questa situazione? Perché hai deciso che il tuo stile di vita deve essere quello del ripetuto bagno di sudore e sangue? Insomma, qual è stata la scintilla che ti ha fatto dire per la prima volta “nella vita voglio fare il regista”?
Maledetti furono i miei quattordici anni.

Una cena del lontano 1996: a casa avevamo ospiti. C'era un'amica di mia madre accompagnata dalla figlia e dall'allora suo fidanzato, un giovane ventiseienne di nome Paolo Sorrentino. Non ricordo con esattezza cosa preparò da mangiare mia madre, ma fu piacevole scambiare quattro chiacchiere con quel ragazzo che a me sembrava già arrivato. Aveva scritto una sceneggiatura, e con questa stava per vincere il festival Corto Circuito che facevano a Napoli all'epoca. A me piacevano i film americani e anche a lui. A lui però piaceva molto anche Federico Fellini e Woody Allen. I film di Woody Allen li conoscevo abbastanza bene a quattordici anni, mentre Fellini lo dovevo ancora scoprire. Quella sera Paolo Sorrentino mi disse tante cose: mi parlò di università all'estero dove si studiava cinema e dove ti davano effettivamente delle telecamere in mano, mi parlò di Berlino, di musica e di tante altre cose. Mi disse quanto gli piacesse scrivere. Poi se ne andò lasciandomi il suo numero di telefono di casa. Si congedò dicendomi in disparte: «studia all'estero e se vuoi fare cinema conserva il mio numero. Se sarò riuscito a fare qualcosa per allora, chiamami e lavorerai con me». Sembrerà strano, ma non è stata questa la scintilla.

Qualche mese dopo ero nel cortile della Polisportiva Virtus Partenopea. Ero il portiere della loro squadra di calcetto. Ero anche il capitano della squadra! Noi giocavamo di sabato, mentre la domenica c'erano le partite della squadra femminile di pallavolo. I maschietti erano tutti lì in prima fila, compreso il sottoscritto. Il mister della nostra squadra di calcetto – non chiedetemi perché, ma era anche l'allenatore della squadra femminile di pallavolo – aveva questa fissa di riprendere le partite in video. Quel giorno il solito cameraman venne meno e il mister mi affidò una di quelle belle telecamere VHS pesanti tre quintali. Mi disse quale bottone premere e come fare lo zoom (però ritenni sin da subito che lo zoom era troppo kitsch – questa cosa me la sono portata dietro per molto tempo).

Qualche giorno dopo fui ricoperto di complimenti per la mia tenacia con la macchina da presa, il mio modo fluido di seguire la palla senza farla mai uscire dalla vista dello spettatore, la prontezza nell'inquadrare la protagonista dell'azione cruciale. Tutto ciò mi riempì di orgoglio e mi fu – guarda un po' – chiesto di continuare il mio lavoro di cameraman per le partite di pallavolo femminile. Solo per le partite in casa, però: per le trasferte non avevano un posto per me sul pulmino.

Quella notte non riuscii a dormire per l'emozione. Ero il cameraman ufficiale della squadra femminile di pallavolo! Nel dormiveglia nebbioso mi ritornarono in mente le parole di quel ragazzo che venne a farci visita qualche giorno prima. Dovevo pregare che diventasse un famoso regista.
Da allora decisi che quella sarebbe stata la mia strada.

P.S.: onde evitare delusione da parte dei lettori, ci tengo a specificare che dopo aver terminato gli studi in Film & Video Production presso il Buckinghamshire Chilterns University College a High Wycombe (Inghilterra), tornai a Napoli e contattai Paolo Sorrentino, che era in pre-produzione con L'amico di famiglia. Ovviamente non solo non si vedeva più con la figlia dell'amica di mia madre, ma non aveva assolutamente alcun ricordo di aver parlato con me o comunque chi diavolo fossi. E quindi il tutto si trasformò in un momento molto (troppo) imbarazzante per il sottoscritto.
Ho incontrato Sorrentino altre volte nella mia vita: nel 2005 al Giffoni Film Festival, dove si lamentò che lo stavo disturbando; nel 2010 all'aeroporto di Chicago, dove ci guardammo anche negli occhi mentre aspettavamo di mostrare i nostri passaporti alle spietate guardie aeroportuali americane, ma non mi riconobbe e io non ebbi il coraggio di avvicinarmi, dopodiché lo persi di vista perché fui trattenuto dalle guardie per ulteriori controlli. Alla fine riuscii a fare un lavoro con lui: nel 2011 feci delle riprese di una sua intervista al calciatore del Napoli Ezequiel Lavezzi, presso il Grand Hotel Vesuvio, per conto di GQ Magazine.
In quell'occasione disse di ricordarsi di me.

P.P.S.: molti anni dopo il 1996 mi dissero che mi facevano fare il cameraman delle partite di pallavolo perché il proprietario della telecamera aveva una tresca con una delle giocatrici e non voleva fare la parte dello sfigato a bordo campo che fa le riprese video. Inoltre mi dissero che ero capitano della squadra di calcetto solo perché ero l'unico che riusciva a spiaccicare una buona serie consecutiva di parole in un italiano decente.

- - -